Il punto di AAPRA


Torna al blog

Altre incertezze al tempo del coronavirus a cura del sociologo prof. Roberto Cardaci

prof. Roberto Cardaci - sociologo - Comitato Tecnico Scientifico di AAPRA.

Quando Bauman sosteneva che la vita umana si concretizzava nella società dell’incertezza individuava principalmente gli elementi dell’agire incerto di gran parte dell’umanità nella mancanza di lavoro certo che consentisse a donne e uomini di vivere il presente e progettare il futuro per sé e per i figli, considerando anche la conseguente disgregazione sociale causata dalla perdita di valori di riferimento “forti”: solidarietà, vicinanza, prossimità verso i soggetti più deboli.
Non poteva tenere conto della ulteriore incertezza che il coronavirus, ultimo dei morbi che nei secoli hanno attraversato la storia dell’umanità, dalla peste fin alle endemiche influenze – Spagnola, Asiatica, influenze endemiche – che a ogni stagione autunnale e invernale hanno flagellato la vita umana.
Il coronavirus attuale, ultimo della famiglia, oltre a rendere evidente la presenza del “caso” nella nostra vita - che nella nostra epoca intrisa di razionalismo non prendiamo quasi mai in considerazione ma che continua a determinare aspetti di vita quotidiana e sociale – per le sue caratteristiche eccentriche rispetto ai precedenti fratelli, ha anche fato vita a visioni complottistiche.
Sarà la storia, forse, conclusa l’emergenza, a dirci se qualche “manina” ha determinato la attuale situazione di stato di guerra o di assedio che governa oggi, e probabilmente domani, le nostre vite isolate e ultra disgregate rispetto alle relazioni sociali diffuse, poiché la famiglia è l’unica dimensione di relazione. Alcuni elementi certi però si possono già individuare rispetto a quanto avviene nella gestione dell’emergenza. Innanzi tutto, un allarmismo che nemmeno ai tempi di AIDS ed Ebola è stato propugnato da governanti e dai media, caratterizzato, in Italia, da un caos organizzativo che, nell’incertezza delle decisioni dei ministri competenti e nei dibattiti tra immunologi, virologi e specialisti vari palesava disaccordi nelle ipotesi e nelle modalità di gestione dell’epidemia.
Ciò ha creato disorientamento nei cittadini, passati dal terrore che straboccava dai telegiornali di ogni rete televisiva all’essere tranquillizzati, poi nuovamente terrorizzati e poi proiettai in un clima che ai più anziani ha ricordato il tempo di guerra e indotto nei più giovani una sorta di clima da vacanza che li ha portati prima a popolare luoghi ludici di ritrovo, piste di sci, spiagge, poi agire ritorni a casa per chi vive lontano dalle famiglie, incrementando il rischio di contagio.
Altra certezza è data dalla incapacità del Sistema Sanitario Nazione a fare fronte alle richieste di interventi presso gli ospedali. L’allarmismo rispetto al coronavirus è figlio della carenza di strutture sanitarie adeguate - in primis reparti di terapia intensiva- determinata dai tagli pluridecennali di finanziamenti per la sanità che hanno depauperato i territori di strutture ospedaliere e queste di personale qualificato, sia medici che infermieri.
L'epidemia Asiatica nel secolo scorso fu molto pervasiva, ma fu gestita, pur tra difficoltà, in maniera adeguata perché ospedali e personale addetto erano molto più numerosi di oggi in rapporto alla popolazione che ne fu colpita.
Ciò dimostra come né i sistemi economici e sociali di oggi, né le politiche di welfare sono a misura d’uomo, ma dei profitti di poche multinazionali in economia e a favore dei bilanci dello Stato e della organizzazione delle strutture ospedaliere in uno dei settori fondamentali per l’uomo: la salute.
Altra certezza riguarda gli effetti devastanti che la situazione di stato d’assedio ha e avrà sull’economia: attività di fatto ferme, soprattutto in settori rispetto ai quali la nostra economia poteva contare per la tenuta: alberghiero e del turismo, peraltro già poco strutturalmente organizzati nell’epoca pre - virus e oggi di fatto distrutti.
Anche altre attività produttive versano in una crisi che tenderà a diventare strutturale, e, in assenza di interventi radicali, non basteranno i finanziamenti a imprese e ammortizzatori sociali per contenere il disastro, che porterà all’incremento di povertà assoluta e relativa per altre centinaia di migliaia di persone che andranno a ingrossare le schiere dei milioni dei già poveri.
Saranno i più deboli a subire le conseguenze di questa situazione, che già non si presentava positiva considerando i dati dell’OCSE che a seguito dell’impatto dell’industria 4.0, prevedono la perdita nei prossimi quattro lustri del 15% dei posti di lavoro, non compensati da nuovi che il macchinismo innovativo potrà fornire, e la decurtazione dei salari per il 35% degli addetti rimasti, poiché le loro mansioni, assunte dalle macchine interconnesse, vedranno la caduta dei livelli.
Va segnalato un rischio intrinseco all’attuale situazione di reclusione forzata, dato dalla variabile tempo. Le famiglie oggi rinchiuse nelle proprie abitazioni vivono una nuova forma di socialità coatta intra mura dalla valenza positiva. È positivo ritrovare legami tra genitori e figli che la vita pre - virus non consentiva con questa intensità, coltivare i propri interessi: leggere, studiare, vedere film, dedicarsi a passioni che la vita normale non consente di soddisfare a fronte degli impegni di lavoro o di ricerca di occupazione o dall’assillo di sbarcare il lunario per chi vive in povertà.
Certamente aiuta la solidarietà che un Paese sembra averne riscoperto il valore in molteplici forme, sia che si tratti delle cantate collettive sui balconi che dell’aiuto portato agli anziani che è molto opportuno non escono di casa.
Per inciso, si tratta di aspetti della vita umana che dovrebbero normalmente esser sempre presenti in una società a misura d’uomo per garantire una qualità della vita ottimale sia per i singoli che a livello collettivo, perseguendo modalità di vita e valori di riferimento tali da costituire l’etica di una umanità coesa.
È invece assurdamente paradossale che si rivivifichino o si riscoprano quasi ex novo in caso di necessità e di disagio sociale collettivo quale oggi stiamo vivendo.
Il rischio è dato dal fatto che una vita tra le mura domestiche coartata e imposta, seppure dal caso di estrema necessità data dall’epidemia, se si protraesse nel tempo potrebbe causare gravi problemi dati da tensioni che potrebbero riaffiorare a causa della percezione di una situazione di reclusione di fatto, protratta sine die.
Dopo che la fase di “vacanza dalla normalità” si chiuderà, lascerà spazio alla frustrazione per non poter uscire, per dover comportarsi secondo modalità che creano disagi pesanti, per non avere una vita di relazione sociale che costituisce la base dell’azione umana: non dimentichiamo che l’essere umano è un animale sociale e che la virtualità che pur consente di mantenere rapporti tra le persone che non si incontrano più fisicamente a lungo andare non può più surrogare il bisogno di relazioni umane tipiche di donne e uomini ogni età e cultura.
Non è dato sapere se i decisori dello “state a casa” abbiano considerato questo aspetto: precedenti simili ci sono, se si ricorda cosa avvenne per i cassaintegrati, non costretti a stare a casa: dopo un periodo di tranquillità, la percezione del tempo vuoto, la solitudine sociale in cui erano confinati, la convivenza coatta in situazioni famigliari spesso precarie per conflitti latenti o manifesti con partner e figli, causarono conflittualità e disgregazione di intere famiglie.
Oggi il rischio esiste, è bene evidenziarlo per poter prevenire forme di disagio psicologico, umano e sociale dei cui esiti tutto rimane da scoprire, vista la eccezionalità della situazione. In prospettiva generale e futura si aprono due scenari.
Il primo, se si considera in termini evolutivi questa che è una vera e propria crisi epocale, vissuta da tutto il genere umano a tutte le latitudini e longitudini del pianeta, può aprire un futuro per l’umanità del tutto opposto a quello vissuto nei sistemi economici e sociali disgregati e incerti dell’epoca pre - virus. Costruire un contesto economico, sociale valoriale che abbia come riferimento centrale l’uomo, i suoi bisogni, ma anche le sue capacità da utilizzare nel dare vita a una economa sostenibile, a misura d’uomo, politiche di welfare che ne favoriscano la qualità della vita per tutte le facce di età, valori di solidarietà, prossimità, vicinanza collettiva che rendano la coesione sociale solida e la umanità stretta intono a un destino comune che deve vedere il benessere di tutti.
Il secondo scenario è una riedizione della precedente modalità di vita a livello economico, sociale e di rapporti umani caratterizzati dalla concentrazione delle risorse economiche in mano a pochi per il danno di molti, dalle diseguaglianze sociali, dalla povertà pervasiva, da valori di riferimento individualistici che portano alla prevaricazione rispetto ai più deboli: scenario da homo homini lupus.
Per una volta il destino dell’umanità può cambiare per l’impegno di tutti: vedremo se, per l’ennesima volta, la storia insegna che non insegna niente.